Nel sogno del capo degli Unni

Nel sogno del capo degli Unni

(Con la partecipazione di un Risotto alla Quasi Giuseppe Verdi*)

Un Attila da sogno, degno del maestoso baldacchino su cui lo stesso protagonista si è trovato a sognare. Un sogno che attraversa epoche ed eventi diversi, che parte dall’Ottocento, per vestirsi, poi, con i toni del secondo conflitto mondiale. Senza mai spezzare il legame che congiunge la contemporaneità con il Medioevo degli attacchi del popolo unno. Merito, certo, delle colossali scenografie che sono emerse (letteralmente) in tutta la loro maestosità sul palco della Scala.
Un Verdi poco conosciuto, quale è l’Attila, ha saputo incantare e mettere d’accordo molti. Un’interpretazione riuscita in modo impeccabile, che ha saputo evocare lo spirito di un barbaro colto dall’amore, incastonando un testo simile in un contesto così lontano, quanto ineccepibilmente adatto. Visioni oniriche e colpi di fucile; cavalieri in sella e lunghi cappotti da ufficiale tedesco. Un’opera che ha saputo unire epoche e contesti tra loro sconnessi, tessendo un legame sottile e quasi palpabile. Come in un sogno, insomma. Come in quel luogo remoto dell’inconscio in cui tutto si mescola soavemente, generando un’armonia degna degli arpeggi più delicati. E in cui nessuno sarebbe in grado di percepire un dettaglio fuori posto.
Immersi in un’atmosfera ora cupa, sofferente e priva di colore, ora animata e scintillante di toni e vita, ecco le voci cariche di emozione e phatos che si liberano dai protagonisti. Una prode Odabella, che ha serbato la spada fino all’ultimo; un Attila possente e imperioso, a metà tra un vero capo degli Unni e un generale moderno. Il tutto tra coreografie militari e passi di danza, che suggellano questo patto armonioso di attimi di storia fino ad oggi distanti secoli tra loro. Un’opera, sì, ma d’arte. Che eccelle dalle voci, alle scenografie, accompagnata dalle note d’orchestra. Una di quelle scelte interpretative coraggiose, riuscite dalla prima all’ultima aria. È così che si può ricordare questo 7 dicembre: un sogno contemplato da un palchetto rosso, che ha saputo rendere armonia ciò che comunemente si riconduce subito ai barbari. Un altro Attila, prima di tutto protagonista di una meravigliosa opera verdiana, e solo dopo capo degli Unni.

*Dalle pagine della Cucina Italiana di Dicembre, ecco un piatto speciale, in occasione della più speciale di tutte le Prime. Il Risotto alla Quasi Giuseppe Verdi si rifà al piatto preferito del Maestro, preparato ai tempi da Henri-Paul Pellaprat, che prevedeva gli asparagi al posto dei carciofi. In questo caso, poi, la ricetta diffonde la sua armonia di gusto proprio da quelle mani che hanno forgiato l’Attila: sono quelle del regista Davide Livermore.

Il Sogno di Attila

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