Se si può chiamare madre…

Se si può chiamare madre…

Osservando Surrogati. Un amore ideale in mostra all’Osservatorio Fondazione Prada

Un senso di straniamento pervade ogni scatto. Si vedono volti di madri felici, appassionate; madri che infondono infinita tenerezza nei loro bambini. Talvolta si osserva una lacrima che ha mancato di cadere: il dolore accompagna ciò che si ha di più caro. Quadretti toccanti, carichi d’amore; immagini di quella coppia unita da un legame intrinseco che comincia prima ancora che una delle due parti veda la luce del sole. Eppure, è tutto finto. O, meglio, solo metà di quel tutto apparente potrà sentirsi davvero tale. Il neonato, infatti, non è niente di più di una bambola ben costruita. Non ha un cuore pulsante, né sentimenti da condividere. Il quadro idilliaco si infrange davanti all’imbottitura che si nasconde sotto i vestiti graziosi. Almeno per noi. Noi che guardiamo queste fotografie con la consapevolezza di avere davanti un che di materiale e inanimato. Tuttavia, forse per quelle donne è diverso; a vederle, sembra che davvero proiettino il proprio amore materno su quel fantoccio, tanto da poterlo chiamare “figlio”. È inumano? È eticamente sbagliato e senza senso? La nostra coscienza direbbe facilmente di sì. Trattandosi, però, di un sentimento che non si può misurare empiricamente, la questione non si risolve così facilmente. Nel cercare una risposta, si può solo scorgere l’intensità di quegli occhi di donna rivolti verso le loro presunte creature e, allo stesso tempo, chiedersi quanto ci possa essere di vero.


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