Quattro Passi a Colori per Corso Magenta

Quattro Passi a Colori per Corso Magenta

Un itinerario curioso, firmato da Leonardo, con il contributo degli artisti di ieri e di oggi. Da Marchesi a Santa Maria delle Grazie

“E a Milan che si fa?” “Chi il ferro lima, chi ‘l batte, o chi fa scarpe, o canta o sona, chi mura, chi va a piede e chi sperona, questo la roba e quel virtù sublima.” “Che se gli dice?” “Matutino e prima, messa, compieta, terza, festa e nona.” “Va ‘l diavolo, di’ come si ragiona!” “In vulgare o il latino o in prosa o in rima…”

…così Milano era vista a fine ‘400: frenesia, lavoro e instancabile voglia di fare. Non è cambiato poi molto…

Un primo schizzo da Corso Magenta…

Una passeggiata lungo il leonardesco Corso Magenta non può che cominciare con un pranzo. Un pranzo pittoresco, però. Corso Magenta 66: un tranquillo palazzo d’epoca, in apparenza tipica dimora dei dell’alta società milanese di un tempo. Eppure, nasconde un cuore segreto e delizioso, raffinato quanto fresco e creativo. Cavoli a Merenda. E non  è più solo un detto, ma un nome che si lega a piacevoli ricordi di un tavolo a specchio, dalla squisita argenteria, posto in una stanza dall’aria regale. Varcata la soglia, ci si stacca per un momento dalla frenetica metropoli, per immergersi in un ambiente dove il tempo si è indiscutibilmente fermato, dove si ammirano tendaggi pastello, perdendosi nelle volute d’oro che animano ogni angolo. Passando al pranzo, nel tentativo di immedesimarsi nello spirito del Genio fiorentino dalle abitudini vegetariane (a dire del Vasari), non si può che scegliere il pescato del giorno, con quel tocco di verdurine e bottarga a impreziosire l’opera. E poi, un dolce fresco e cremoso dalle spiccate tinte arancio, per terminare la prima tappa.

~Pescato del giorno con carciofi e bottarga
Sorbetto cremoso al mango~
I colori del pranzo da Cavoli a Merenda

È ora di prepararsi a quell’armoniosa struttura di cotto e granito che compare inconfondibile, dando spalle a tutti gli avventori provenienti dal Duomo.

Santa Maria delle Grazie. La basilica che conserva il capolavoro leonardesco, rappresentando lei stessa un capolavoro della città. Semplice, ordinata, con la facciata a capanna priva di grandi decorazioni. Sette cappelle, qualche rosone, volte a crociera che muovono l’interno. Materiali del luogo; un ingresso in marmo bianco dalle forme classiche, che esalta la purezza dell’intero complesso. La prima pietra pare fu posata nel 1463; da allora ha visto diverse mani al lavoro per costruire quanto possiamo ammirare oggi. Se già dal sagrato si rimane affascinati, la vista dal chiostro su retro dà un tocco ulteriore all’opera. La sua cima svettante sull’azzurro del pomeriggio rimane scolpita nei ricordi. 

TUna breve visita al Cenacolo, nome che parla da sé senza bisogno di presentazioni, non può mancare. Non ci sono parole per descrivere ciò che rappresenta: effettivamente, considerando i restauri, il tempo, le infinite interpretazioni e scoperte, il risultato è un contrasto di idee e fascino, diverso per ogni visitatore.

Di ritorno dalle Vigne di Leonardo, dove l’artista costruì la sua dimora e si adoperò a coltivare il terreno, ci si incammina di nuovo verso il pieno centro. Prima di abbandonare il Corso, però, rimane un’ultima perla da cui lasciarsi stupire. Non è legata all’artista fiorentino, questa volta, ma non può che coronare una passeggiata d’arte e profumi di una Milano rinascimentale. Pochi gradini, e i colori brillanti e avvolgenti di San Maurizio al Monastero Maggiore si presentano davanti agli occhi. Non si sa più dove guardare. Ecco quella che viene definita la “Sistina di Milano”: un tesoro celato gelosamente, che si merita un posto d’onore. Ogni angolo esibisce le sue tinte incantevoli, che riportano ora scene evangeliche, ora motivi floreali. L’opera del Luini che risplende alle ultime luci del pomeriggio: fasci dorati che rincorrono le figure dalle morbide vesti solari. 

Nel Coro delle Monache termina questo scorcio dei colori affrescati della Milano più bella. Un piccolo assaggio dei segreti rinascimentali che le impreziosiscono l’anima immortale, sempre in evoluzione e in corsa al futuro, quanto radicata nella bellezza del passato.

Ed è così che ci si incammina lasciandosi alle spalle Leonardo, pensando già a un cappuccino e a una fetta di crostata come quella esibita nella vetrina all’angolo dello storico Marchesi. Dal principio alla fine, Corso Magenta non smette mai di affascinare…


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