Meringhe di vita in una tazza di morte

Meringhe di vita in una tazza di morte

Esperimentata e pure nella sua realtà a noi inesperimentabile, sempre ricrescente sopra di noi e pure da noi mai veramente ammessa, anche la morte, che umilia e supera il senso della vita fin dall’inizio, fu bandita perché non c’interrompesse costantemente nell opera di ritrovare quel senso […]

(La morte), il pericoloso bicchiere della nostra felicità, da cui noi possiamo ogni attimo traboccare.

Da “Su Dio” di Rilke

Un bicchiere, una tazza. Forse quella della colazione quotidiana, che accompagna ogni nostro risveglio. Forse quella del tè delle cinque, con quel leggero alone ambrato sul fondo, ormai segnato in eterno.

Cosa contenga, nessuno veramente lo sa. C’è l’aria quando è vuota, il latte intiepidito del mattino, l’acqua bollente con l’infuso profumato d’Oriente. E poi ci siamo noi. Noi in una quantità indefinita, talvolta solo sul fondo, talvolta quasi fino all’orlo. Oscilliamo tra pieni e vuoti, tra profonda esperienza e superficiale abbandono. 

La tazza della morte racchiude tutta la vita. La contiene ferma, solida, come porcellana cinese finemente lavorata. E cos’è la vita in quella tazza? 

Un pugno di meringhe. Spumose, dall’animo bianco, candido, pronto a essere dipinto. Come la vita. La nostra vita. Noi. Si nasce, ci si sveglia al mattino; puliti, bianchi. Come una meringa. Poi gli anni ci colorano, il giorno ci decora. Ogni esperienza ha un aroma diverso: cannella un giorno, cioccolato un altro. E l’anima è lì, nella tazza, si accumula meringa su meringa. 

Perché, in fondo, la vita ha proprio la consistenza di una meringa. Nasce dall’albume, liquido, definito, e dalla polvere di zucchero. Non è di stelle, ma è sempre polvere. Poi si monta, cresce, si trasforma. Non si sa più cosa diventi, come si possa definire. Materia ignota, sublime, che affascina per i suoi ciuffi perfetti, ma spaventa per il non capire come non si afflosci. Infine si solidifica, matura: assume la sua forma definitiva. Nessuno più la può cambiare, ma solamente decorare, dipingere, aromatizzare. È la vita di ogni giorno, divisa in piccoli pezzi. Dolci bocconi che si accumulano uno sull’altro, raggiungendo quasi l’orlo. 

Finché, due dita non la stringono troppo; allora va in frantumi, torna polvere, come da polvere era nata. E tutte le strutture, tutte le apparenze di consistenza e solidità si disperdono all’aria. Scaglie di cioccolato penetrano la terra, segnando un che di memoria. E la tazza della morte, ora, non trabocca più di meringhe di vita. 


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